Le due bocche del soggetto*

Éric Laurent


A che cosa ci si incolla? All’oggetto, senza dubbio, il che implica un orifizio, non solo un buco, affinché il soggetto possa riserrarsi.Cosa succede quando un orifizio ha due bordi? È ciò che vorrei affrontare riguardo all’orifizio della bocca, da un lato, riprendendo il caso di un giovane autistico e, dall’altro, un caso che Lacan non esita a definire borderline.

L’autistico

Guardatelo! Poiché non possiamo sentirlo, questo soggetto che, nella cura psicoanalitica, solleva un biberon, come lo potrebbe fare il bambino del lupo, così come ce lo presentano Robert e Rosine Lefort. Si avvicina alla finestra, per farsi vedere dall’esterno, porta il biberon sul bordo della finestra, cercando di racchiuderlo nell’immagine. Un biberon tuttavia impossibile da raggiungere, lontano, molto lontano, che non si fonde con l’immagine nonostante la prospettiva piatta crei l’illusione. Questo stesso soggetto, guardatelo, dopo aver individuato che il telefono serve per parlare, guardatelo afferrare dal sacco degli oggetti un telefono giocattolo. Lo installa quindi in simmetria rispetto al telefono che ha visto funzionare. Fa parlare l'analista. Gli incolla il telefono in mano e gli intima di parlare. Allora avvicina la propria bocca, senza dire una parola, alle labbra dell'analista che parla. Ancora un po' e avrebbe ricongiunto le due bocche in una saldatura che avrebbe costituito un godimento autoerotico. Un errore da non commettere sarebbe quello di credere che il soggetto chiami per il fatto stesso che fa uso del telefono. 

Egli non chiama, riceve; non si rivolge all’analista perché tenta di incollarsi alle sue labbra ma testimonia la difficoltà che ha di ascoltare l’analista; lui, senza dire parola, si ascolta. Questa definizione dell’autista come colui che si ascolta da sé, la trovo luminosa.  L’errore sarebbe credere che, quando un soggetto prende in mano un telefono, sia catturato dallo schema della comunicazione. Già all’epoca, Juan Carlos Indart, in un articolo su Ornicar?, aveva messo in evidenza il ruolo del telefono nel funzionamento dell’ossessivo; qui funziona per un soggetto autistico.  

Sganciando il telefono, non ha bisogno di aspettare di passare al luogo dell’Altro. Già, a livello di messaggio, si parla1i. È proprio questo ciò di cui egli testimonia quando, costringendo l’analista a farsi emittente, va a incollarsi alle sue labbra. Tentativo non di intendere, ma di intendersi [udire se stesso], di arrivare a incollarsi all’Altro dell’automaton significante. Non vi è in lui alcuna domanda che verta sul significante dell’Altro. Al posto del significante che manca nell’Altro, vi è l’incollamento impossibile. La morsa testimonia della sua posizione fuori-Altro, fuori discorso.  

Questo mini-frammento di un caso permette di comprendere dove si lasci fuorviare Meltzer, il quale accosta nevrosi ossessiva e autismo. Ciò che lo affascina — e basta non disporre della categoria lacaniana del significante per non liberarsi da questo fascino —, è che ascoltarsi e pensarsi si ricongiungono se non si è in grado di separarli. Ciò che avvicina l’autistico e il nevrotico ossessivo non è la ritualizzazione come approccio a ciò che, del reale, torna sempre al medesimo posto, ma molto di più l’accostamento tra il sentirsi parlare e il pensarsi. L’ossessivo si stabilisce nel luogo dell’Altro; da lì calcola, senza mai intendere il messaggio che può arrivare e, soprattutto, dubita fino all’ultimo momento che il messaggio possa arrivare. Al contrario, l’autistico ha incontrato la risposta a livello del sentirsi parlare. Non si installa nel luogo dell’Altro.


Il borderline

È forse la stessa bocca con la quale il soggetto tenta di avvicinarsi all'oggetto che ha appena eretto, il biberon, e che andrà poi ad accostare alle labbra dell'analista? Per sviluppare la questione, prenderò un altro caso, quello di cui ci parla Jacques Lacan nel suo Seminario del 1965 sui Problemi cruciali della psicoanalisi. A una svolta del suo seminario, egli evoca un articolo che non sono riuscito a identificare, un articolo non pubblicato, presentato in occasione del Congresso di Stoccolma dell'IPA del 1964.  Si tratta, ci dice Lacan, di un soggetto presentato come schizoide. Crisi d'epilessia o di depersonalizzazione lo hanno condotto in analisi, dove si trova da dieci anni. È un soggetto che «collocheremo al limite del versante psicotico a causa di quella specie di falsità avvertita del suo self, della messa in sospeso, del vacillamento di tutte le sue identificazioni, comprese quelle più fondamentali. L'analista ha una bussola: distingue due fasi nell'analisi, una in cui tutto va bene, una in cui va meno bene. In quella in cui va bene, il soggetto avanza nel cammino del discorso analitico, associa. E poi ci sono momenti in cui l'analista si sente presa in una sorta di vischio da cui non può muoversi. Non si sente autorizzata a compiere il minimo movimento, pietrificata da questo analizzante. Nel corso degli anni passati in analisi, il soggetto è uscito dallo stato di erranza in cui si trovava e, come dice Lacan, “si è messo a fare cose che si definiscono normali”.  

Un bel giorno, proprio mentre sta abbattendo un albero con un'accetta, ha una crisi di presunta epilessia, analoga a quelle che aveva già conosciuto. Arriva dall'analista in uno stato di panico completo. Quest'ultima lo riceve vis a vis e si abbandona a una revisione lacerante. Fino a quel momento, lei aveva posto l'accento, e lo aveva incoraggiato a porre l'accento, sulle mancanze del padre nei suoi confronti, un padre del quale il soggetto aveva ben motivo di lamentarsi. Adesso lei si domanda se il soggetto non avesse bisogno di inventare un padre insoddisfacente per mantenersi in vita, e riprende da capo la costruzione effettuata in analisi. 
 
Ciò produce effetti immediati sul soggetto. Lacan nota: “arriva a un punto in cui non riesce a tenere la forchetta o il coltello; la mattina, quando deve spalmare il burro su un toast, vorrebbe infilzare il pane e il burro contemporaneamente”. Poiché si trovano su due piatti diversi, questo lo getta in uno stato di panico completo. L'analista allora interpreta: “La parte di lei che soffre per il bisogno di stare meglio e che si è alleata con me, ne ha fin sopra i capelli del modo in cui lei continua a essere incapace di fare un passo verso ciò che le manca. Il modo in cui lei non riesce a farsi avanti per afferrare un oggetto che desidera è come l'ammissione di collocare la sua bocca affamata di neonato in entrambi i piatti. Poiché lei può fare solo una cosa alla volta, l'altra parte di se stesso soccomberàalla fame e morirà”.  
Ecco dunque l'interpretazione dell'analista, di stampo neo-kleiniano; Lacan la definisce “un po' circonvoluta” per circoscrivere l'oggetto della questione. Egli riassume così ciò che l'analista dice al suo paziente: “Lei ha due bocche”. La manda fuori stradapensare che, se egli ha due bocche, è perché vi è un genitore cattivo dentro di lui. Lacan invece si sofferma sull’insorgenza di queste due bocche, non già la bocca orale e la bocca anale, bensì la bocca con cui si mangia e la bocca con cui si domanda.

È “perché l'analisi è stata condotta in nome della domanda” che, alla fine, l'orifizio della domanda non può ricongiungersi con l'orifizio orale. Ciò che il soggetto viene a presentare non è la ripetizione di un presunto trauma, ma l'impossibilità di un'analisi condotta in nome della domanda. Il segno che incoraggia Lacan a fare questa dimostrazione è che l'analista stessa constata che, per tutto il tempo, si è trovata a tratti invischiata.

Che cos'è questo invischiamento? È ciò che Lacan ha potuto, in altre occasioni, definire come l'ipnosi dell'analista da parte dell'analizzante. Qualcosa portava l'analizzante a collocarsi al posto del tappo [bouchon]. Suo padre, descritto come depressivo, aveva portato questo soggetto a occupare il posto di oggetto del suo fantasma, di giustificazione della sua esistenza.

Assegnare in questo modo il giusto posto alla depressione paterna è una nota clinica essenziale. Infatti, se nell'insegnamento di Lacan l'onnipotenza è sempre collocata dal lato dell'Altro, c'è in questo stesso insegnamento un versante che non bisogna dimenticare, che si deduce a partire dalla logica del fantasma.Il soggetto, di fronte a questa onnipotenza, ha una presa sull'Altro: quella di farsi oggetto del suo fantasma. Il rovesciamento di questi due registri – il desiderio dell'Altro e il fantasma dell'Altro – ci rimanda alle aporie della domanda. Come fare in modo che, attraverso il suo stesso cammino, a causa della regressione che essa necessariamente implica, la domanda non vada a finire sull'oggetto orale.

Non vi è — dice Lacan — “alcuna necessità che in un'analisi la domanda, attraverso il suo processo regressivo, sfoci nell'oggetto orale. È uno stile di conduzione dell'analisi che la porta a questo punto, come testimonia l'analizzante dalle due bocche”.


Termine e fine

Come venire a capo del transfinito della domanda? Come si risolve? È quanto Lacan prende in esame nel suo testo intitolato L'étourdit. Egli distingue qui il termine dell'analisi e la sua fine: “L'analizzante non termina se non facendo dell'oggetto a il rappresentante della rappresentazione del suo analista”. All'inizio dell'analisi, vi è un soggetto che stava per soccombere sotto un rappresentante della rappresentazione, S1. Nel discorso analitico, è a che passa a occupare questo posto di essere il rappresentante della sua rappresentazione. “L'analizzante non termina se non facendo dell'oggetto il rappresentante della rappresentazione del suo analista. È dunque in quanto dura il suo lutto per l'oggetto a, al quale ha infine ridotto l'analista, che lo psicoanalista persiste nel causare il suo desiderio”.
Il soggetto inglese di cui parlavo, dopo dieci anni di analisi, ha toccato un termine identificabile proprio con la venuta alla ribalta sulla scena analitica di queste «due bocche», presenza dell'oggetto.
È un'impasse poiché non basta un termine affinché vi sia la fine: “Resta la fase della messa a piatto del fallo, in cui l'analisi trova la sua fine”. Per trovare la fine, è l'operazione fallica a essere essenziale, ed è proprio ciò che manca nell'analisi inglese che vi ho presentato sulla base dei documenti di Lacan.

Quando vi è, propriamente parlando, la fine, viene messo in gioco un sapere, un sapere articolato in tre punti in L'étourdit: in primo luogo, non vi è rapporto sessuale (riassumo le formulazioni di Lacan, che sono più stringenti); secondo punto, la “diffidenza nei confronti del sublime”: sapere che non vi è alcuna via d'uscita dall'analisi attraverso la sublimazione propria degli altri discorsi. La sublimazione analitica procede attraverso il comico che mantiene il senso sessuale. Il desiderio continua a essere afferrato soltanto da un punto, il fallo. Terzo punto: il fatto che la prima e l'ultima parola del linguaggio restino l'insulto e l'epiteto getta un bagno d'acqua fredda sul combattimento dell'odio e dell'amore. Il riferimento all'epiteto omerico, “Achille dal piè veloce”, quello di cui fa uso il piccolo Uomo dei topi nella parola indirizzata al padre: “Tu Lampada”, sembra assicurare lapadre-versione dell'Altro. Ma Lacan aggiunge: “il dire non tocca il reale se non a patto di perdere ogni significazione”, al di là della metafora fondamentale.

La fine dell'analisi, lo statuto del dire che viene raggiunto, non è quello successivo a un giudizio universale in cui i conti sono regolati e il debito verso il padre è saldato.

La fine dell'analisi non si fa in nome del padre, in tal senso. Se vi è un saldo — Lacan lo nota in un altro testo —, si tratta di un saldo cinico. Ciò non significa un saldo menefreghista. Il saldo cinico è quello che mette in gioco ciò che del godimento ha potuto simbolizzarsi attraverso il fallo. Non è la rivalità con il padre a impegnare la fine dell'analisi, bensì ciò che ciascuno può saldare del proprio rapporto con il fallo.


Traduzione Carlo De Panfilis
Revisione Giuliana Zani

 * Le due bocche del soggetto, nel testo originale: ça parle [N.d.T.].