
Alexandre Stevens
Freud riconobbe nella pulsione orale la prima manifestazione della sessualità infantile. Ma questa soddisfazione, che può raggiungere “una sorta di orgasmo” [1], ha effettivamente a che fare con una pulsione sessuale solo se si esclude la sua finalità alimentare. Mangiare non è l'oggetto della pulsione orale, almeno non nella misura in cui l'atto di mangiare mira a raggiungere una certa sazietà dell'organismo.
Un'altra soddisfazione
Certamente, la pulsione orale si manifesta dopo essersi inizialmente radicata in una funzione vitale. La sensazione del latte caldo che riempie la bocca di nutrimento ne è il punto di partenza. Ma è distaccandosi dalla soddisfazione alimentare che emerge quest'altra soddisfazione che è la pulsione orale. Non è più la manifestazione di un bisogno, ma l'espressione di un godimento autoerotico.
La manifestazione specifica di questa pulsione è la suzione, una suzione voluttuosa. Questo termine evidenzia in modo appropriato ciò che Freud chiama sessualità infantile, che non ha nulla a che fare a priori con la sessualità genitale, se non per questa evocazione di un godimento voluttuoso.
La suzione non è diretta verso altri, ma verso il corpo proprio del soggetto. Cogliamo così il valore dell’espressione dell’ultimo Lacan: "l'Altro, [...] è il corpo” [2]. E il corpo in questione non è un corpo che gode, ma il corpo in quanto si gode, come commenta Jacques-Alain Miller affermando che "è la traduzione lacaniana di ciò che Freud chiama autoerotismo”[3].
Oggetti non commestibili
La finalità alimentare della suzione è esclusa, afferma Freud. L'oggetto non è il cibo, è indifferente, e questo posto dell'oggetto è una cavità, un vuoto che può essere occupato da qualsiasi oggetto. In questo senso, è l'oggetto a che permette di coglierlo meglio. È il perno attorno al quale ruota la pulsione, per ritornare su se stessa completando così il circuito pulsionale, come mostra Lacan nel Seminario XI [4]. È l'oggetto separato dal soggetto ma che gli appartiene. Il seno va concepito in questa prospettiva, come un oggetto che gli appartiene e che è svincolato dall’apporto di nutrimento.
Basta osservare un bambino nei primi giorni di vita, come ho potuto fare di recente in occasione della nascita del mio ultimo nipote, per cogliere che, se esprime la sua domanda di cibo ogni volta che ne sente la necessità, emerge ben presto un'altra soddisfazione, pulsionale, che apre il campo del desiderio. E l'oggetto che serve a questa altra soddisfazione è inizialmente l'intero pugno, che il bambino inizia a succhiare, prima che la suzione si localizzi generalmente sul pollice.
Ma altri oggetti possono sostituire il pollice stesso, come per esempio il ciuccio che i genitori gli fanno scivolare in bocca perché possa godere in silenzio, lasciando loro un po' di pace. Detto questo, non è necessario l'intervento dell’altro per costituire questo oggetto. Ho anche osservato, qualche anno fa, un bambino i cui genitori avevano evitato di dargli il ciuccio – genitori benintenzionati, quindi, che non volevano farlo tacere. Ma nell’occasione in cui era accudito da una donna che aveva a sua volta un figlio della stessa età, ha visto quest'altro bambino con il ciuccio in bocca e glielo ha rubato per soddisfarsene.
Una bocca esigente
Sebbene la maggior parte dei bambini utilizzi parti del proprio corpo per soddisfare questo desiderio di succhiare, la pulsione orale dà comunque origine a diverse manifestazioni sintomatiche. C'è, naturalmente, il cibo, che può servire a questo scopo, ma mai semplicemente per placare la fame; piuttosto per mangiare troppo o troppo poco, bulimia o anoressia. Più tardi, negli adulti, saranno tutti i piaceri, dal buongustaio al gourmet, a organizzare l’oralità. Ma ci sono anche i bambini che ingeriscono elementi non commestibili, una condizione chiamata ‘pica’ o picacismo, che può essere normale e transitoria oppure installarsi come patologia complessa. E poi, negli adulti, ci saranno il fumo, l'alcol, eccetera.
Tuttavia, c'è un altro oggetto che riguarda la bocca: l’emissione di suoni. Dalle vocalizzazioni di base alla parola, passando dalla lallazione, è un elemento strutturante fondamentale della pulsione orale. A seconda del bambino, il piacere della lallazione può essere più o meno sviluppato e talvolta persino assente.
Il circuito pulsionale
L'oggetto viene a fissare quindi un tratto singolare che, all’occorrenza, partecipa al sinthomo del parlessere. Ma se l'oggetto è indifferente, nel senso che può essere diverso per ciascuno, che cosa orienta la pulsione orale in quanto tale? È la sua localizzazione sulla bocca, non l'oggetto, ma la zona erogena. La suzione consiste nel permettere alla bocca di godere di se stessa, si potrebbe dire. Il circuito pulsionale è una spinta che parte dalla bocca, ruota attorno a un oggetto e ritorna in un circuito sulla bocca stessa. È ciò che mostra il diagramma del Seminario XI. Ciò che rappresenta la pulsione orale quindi è l'ideale di una bocca che bacerebbe se stessa, "un’autosuzione" dice J.-A. Miller [5].
La pulsione orale presenta quindi i tre caratteri delle manifestazioni sessuali infantili che sono le pulsioni parziali. È ciò che Freud precisa nei suoi Tre saggi sulla teoria sessuale: appare come ancorata su un bisogno che non rappresenta, tuttavia, la soddisfazione sessuale, ma colma una necessità vitale; è autoerotica, senza altro che il corpo del soggetto stesso; ed è «dominata da una zona erogena» [6].
[1] S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale [1905], Opere, Vol. 4, Bollati Boringhieri, Torino 1989, p 400.
[2] J. Lacan, Il Seminario, Libro XIV, La logica del fantasma [1966-1967], testo stabilito da J.-A. Miller, Edizione italiana a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2024, p. 295.
[3] J.-A. Miller e A. Di Ciaccia,L'orientamento lacaniano. L'Uno-Tutto-Solo, Astrolabio, Roma 2018, p. 131.
[4] Cfr. J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, testo stabilito da J.-A. Miller, Einaudi, Torino 2003, p. 173.
[5] J.-A. Miller, La teoria del partner [1997], in La Psicoanalisi, n. 34, Astrolabio, Roma, 2003, p. 56.[6] S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale, cit., p. 403.
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