
Carlo De Panfilis
Sin dall'origine, il bambino si nutre di parole quanto di pane e perisce di parole
J. Lacan
Il detto popolare “parla come mangi” esorta alla semplicità e alla schiettezza. La formula auspica una trasparenza totale tra la parola e l'oggetto. Suggerisce che il linguaggio possa esprimere direttamente la realtà vissuta, senza filtri o sofismi. Ma il suo rovescio, "mangia come parli”, scelto come tema della nostra Giornata di studio, ribalta la prospettiva. Non è la parola a doversi adeguare al corpo, ma è il corpo a essere strutturato dal linguaggio.
La pulsione orale
Mangiamo e parliamo attraverso lo stesso bordo, entrambi gli atti tentano di gestire la mancanza fondamentale che ci costituisce come esseri umani. Vi è una correlazione tra la parola e l’atto del mangiare: la bocca non serve solo a introdurre cibo, ma è un orifizio da cui escono le parole. C’è un’omologia: l’atto della parola come l’atto del mangiare implicano per il soggetto il rapporto con il godimento e con l’Altro. La bocca, non è solamente strumento biologico per la nutrizione, ma anche "bordo" erogeno dove la pulsione si separa dal bisogno. Per essere soddisfatta la pulsione non mira a un oggetto reale ma compie un circuito attorno a un vuoto centrale. Il cibo, o qualunque altro oggetto, è solo un sostituto transitorio che occupa quel buco strutturale. «Nessun nutrimento soddisferà mai la pulsione orale, se non contornando l’oggetto eternamente mancante»1 . La vera soddisfazione della pulsione non risiede dunque nell'addentare l’oggetto, ma nel completare il suo circuito. Di conseguenza, la pulsione orale non insegue la sostanza materiale o l'apporto calorico, bensì l'ombra di quell'oggetto perduto: l'oggetto piccolo a. L'oggetto originario della soddisfazione, rappresentato idealmente dal seno materno, viene perduto per sempre e sostituito da un vuoto centrale attorno al quale la pulsione orale gira. Il mangiare perde ogni connotazione puramente biologica o funzionale per rivelarsi come una complessa operazione strutturata dal linguaggio e dalla mancanza.
La parola è un atto
La bocca, in quanto organo della vocalizzazione, è il luogo di un investimento libidico e giubilatorio legato all'esercizio della parola. Il bambino gioca con la materia del fonema molto prima di comprenderne l'utilità funzionale o di usarlo per farsi capire dall'Altro. «La lingua serve a tutt’altre cose che alla comunicazione. Ce l’ha mostrato l’esperienza dell’inconscio, in quanto esso è fatto di lalingua […] per designare ciò che per ciascuno è affar suo, la lingua chiamata, e non a caso, materna»2. J. Lacan considera il linguaggio «un concetto derivato e non originario, in rapporto a quella che egli si inventa di chiamare lalingua, che è la parola, prima della sua sistemazione grammaticale e lessicografica. Questo implica anche mettere in questione il concetto di parola, concepito non come comunicazione ma come godimento»3. Il passaggio da questa lingua primordiale al linguaggio strutturato, comporta una necessaria perdita di godimento e l'ingresso del soggetto nel circuito della domanda. Il bambino nasce al linguaggio propriamente detto solo a partire dall'estrazione dell'oggetto piccolo a: in questo momento, la parola prende il posto della cosa reale. Attraverso la differenziazione dei significanti, il senso prende il sopravvento sul godimento originario, dividendo per sempre il soggetto. Lacan rilegge il gioco del rocchetto (Fort-Da) di Freud. Per Freud con il gioco del rocchetto si trattava per il bambino di elaborare la rinuncia pulsionale supposta in relazione alla partenza della madre. Lacan sostiene invece che per il bambino si tratta della perdita di una parte di sé. Il gioco del rocchetto non serve a "recuperare" la madre. Il bambino ripetendo con la sua voce "Fort" (via) e "Da" (qui) scava un solco simbolico. L'infans (colui che ancora non parla) compie con la parola un salto. L'atto di parola è il salto che trasforma la perdita pulsionale in un guadagno significante: non è puramente una reazione all'assenza della madre, non è un tentativo di padroneggiarne l’assenza, ma l’atto stesso della fonetizzazione introduce la dimensione del significante. Il bambino non domina la madre: domina la propria mancanza attraverso la fonetizzazione, entra nel linguaggio.
Ciboparlante
Il cibo "parla", nel senso che l'atto del mangiare (o del non mangiare) non serve solo a saziare e affamare il corpo, ma a soddisfare una tensione pulsionale legata a un sapere inconscio. Il cibo si fa portatore di un godimento che parla della storia sintomatica del soggetto e del suo modo singolare di relazionarsi con l'Altro. Nel sintomo alimentare assistiamo alla materializzazione della metafora linguistica. Sputare, vomitare, digiunare o ingozzarsi di cibo così come delle parole, non sono problemi dello stomaco o difficoltà fonologiche, morfosintattiche o di disprassia bucco-facciale, ma riguardano la bocca in quanto zona erogena e organo della parola. Il modo in cui il soggetto tratta il cibo rispecchia il modo in cui ha metabolizzato, o rifiutato di metabolizzare, le parole e la legge dell'Altro. Si osservano nei bambini flussi verbali inarrestabili o il consumo vorace di sostanze non commestibili, tentativi disperati di colmare un vuoto strutturale che nessuna sostanza materiale può riempire. Quando la parola fallisce nella sua funzione di veicolare il desiderio, il soggetto tenta di saturare la mancanza attraverso l'ingestione compulsiva, riducendo l'oggetto a puro godimento pulsionale che esclude la relazione con l'Altro. Rifiutando di masticare il cibo e di digerire le parole che gli vengono offerte, il bambino tenta di salvaguardare il proprio desiderio separandolo dal bisogno primario. Il disgusto, la rabbia e l'opposizione diventano le uniche armi a disposizione del bambino per gestire l'angoscia della domanda e per ridefinire la relazione con chi si prende cura di lui.
Il sap(e)ore delle parole
Incontriamo sempre più spesso bambini inappetenti verso il cibo e verso le parole, la mancanza di gusto per gli alimenti si presenta insieme al disinteresse per il sapere proprio e dell’Altro, sapere che si veicola attraverso la parola. Incontriamo questi bambini nelle Scuole e nei Servizi Sanitari. Vengono presentati con disturbi del comportamento alimentare e disturbi dell’eloquio e del linguaggio: il corpo e la parola vengono trattati come separati. Ci si rivolge, attraverso tale separazione, a un mero individuo della volontà; ciò comporta il misconoscimento del soggetto, i cui sintomi sono invece 'effetto di ciò che è in gioco nel trattamento del godimento e nel legame con l'Altro.
Nella Giornata di studio metteremo al lavoro la clinica del “mangia come parli”, laddove la parola è un evento del soggetto. Si definisce qui evento il punto di rottura e di fondazione: è l'istante in cui, caso per caso, si istituisce un annodamento inedito tra l’ordine della pulsione orale e la struttura del linguaggio. In questo punto di incrocio, la bocca non è più soltanto l'organo della nutrizione, ma diventa il luogo originario dell'emergenza della parola e quindi del soggetto.
Citazione in esergo: J. Lacan, Il Seminario, Libro IV, La relazione d’oggetto [1956-1957], Torino, Einaudi 1996, p. 204.
(1) J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi [1964], Torino, Einaudi 2003, p.174.
(2) J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora [1972-1973], Torino, Einaudi 2011, p. 132.
(3) J.-A. Miller, I paradigmi del godimento, Roma, Astrolabio 2001, p. 34.