Domanda di parola

Paola Francesconi

Si dimentica che la domanda, qualunque essa sia, si pronuncia con la bocca1  
      


Venendo al mondo, il neonato piange non perché cerca il seno, ma perché domanda, si volge all’Altro, alla nuova condizione che lo sgancia dal legame reale assicuratogli precedentemente dal cordone radicato nell’ombelico, che ne risultava così coperto. La cicatrice ombelicale post nascita sta a segnare il buco dell’origine nel piccolo d’uomo, buco che dà avvio e impulso al linguaggio.

Conformare la pulsione orale al simbolico ha l’aria di un imperativo insensato, come del resto ogni imperativo lo è, ma aggravato, qui, dalla spinta controcorrente del corpo in direzione del linguaggio, quando, invece, la deriva si indirizzerebbe piuttosto dal linguaggio al corpo, nel tentativo di organizzarlo nelle sue parti ed organi.

Il corpo organizzato va per conto suo, trovando una sua regolazione attraverso la mappatura delle zone erogene, che orientano il traffico reale degli oggetti nei porti, negli approdi di localizzazioni pulsionali che umanizzano la libido. La frontiera tra somatico e psichico è il perimetro erogeno in cui Freud trovò da sistemare l’urgenza pulsionale, aggiornandola ad un dopo che aprì alla civiltà e al suo disagio.

Mangiare come si parla implica l’infiltrazione nella pulsione del principio di dispiacere, implica mangiare non solo quello che piace tout court, ma anche quello che mette in buona forma il funzionamento dell’organismo, pur andandogli, all’occasione, di traverso. Parlare mettendo la sordina, senza espellerlo con il ricorso a comodi facilismi, che pretenderebbero di sacrificare, in nome di un benessere garantito, il vero, impigliato per struttura nelle maglie del dire. Se il silenzio degli organi è garanzia di salute, la domanda è garanzia di vita, di vivibilità.

La parola è dunque regolazione di godimento, che troverebbe nel vocalizzo la sua condizione spontanea, facendoselo bastare, se non intervenisse l’alterità a solleticare l’essere umano ad uscire dal proprio territorio omeostatico. L’animale si soddisfa dell’omeostasi, l’essere umano no, si spinge al di là del principio di piacere, che lo terrebbe comodamente fuori dal legame. Per citare Sartre, evocato da Lacan, “l’inferno sono gli altri”. 

Che spazio troverebbe allora l’invenzione che promette piacere, ma passando dal capestro di un dispiacere del nuovo? Il nuovo promette, ma innanzitutto dispiace, fa uscire dalla dimora sicura. La dimora mette in mora lo spostamento verso un ‘meglio di così’. 
L’umanità dell’essere umano consiste nella sospensione di una certezza acquisita verso un plus di soddisfazione. L’animale non lo rischia, questo plus, l’essere umano sì, anche a costo di mangiare qualcosa che va di traverso. 

Mangiare come si parla implica accogliere quel che va di traverso per acconsentire ad un cambio di direzione: la sorpresa è la gioia del piccolo d’uomo, anche quella che egli fa a sé stesso nello stadio dello specchio. La sorpresa è, invece, intrisa di dolore per l’animale, che non vi legge gaie deviazioni dall’istinto.

Mangiamo come parliamo anche quando non irreggimentiamo la nostra oralità nel discorso del padrone, che stabilisce l’ordine di consumazione delle pietanze, l’orario dei pasti, l’assegnazione dei posti a tavola.
Se un prezzo va pagato al discorso del padrone, per iscriversi nella civiltà, occorre anche instillare in tale ordine l’originalità soggettiva della ripartizione singolare degli ingredienti nonché, perché no?, della creazione di nuovi piatti.
I manuali di cucina, i ricettari, di cui i social si vanno vieppiù dotando, vanno accolti secondo il principio lacaniano del non tutto. Le ricette vanno consumate come le parleremmo, con la piccola variante soggettiva, differente.


Proteggiamo la piccola differenza del nostro dire, inspiriamoci ad essa nel modo e nella scelta del nostro oggetto orale, nostro non solo perché lo assumiamo ma perché lo abbiamo fatto passare attraverso la sfilata dei nostri significanti. Scelta degli ingredienti, come scelta delle parole. Con la bocca si mangia, si parla, e si domanda. Tripartizione che ricalca i tre modi del verbo isolati da Freud nella pulsione: attivo, passivo e medio, riflessivo, diciamo per non allontanarci dalle modalità verbali contemporanee, che rivisitano il medio del greco antico in senso riflessivo.

L’ombelico delle formazioni dell’inconscio lo ritroviamo in ogni forma del dire, del domandare e del mangiare. Ci si potrebbe chiedere, a mo’ di conclusione, se lasciare qualcosa come resto nel piatto a fine pasto, sia un principio di buona o di cattiva educazione. Punto di ripartizione tra le varie civiltà. 


1 J. Lacan, Le Séminaire, Livre XIII, L’Objet de la psychanalyse, Seuil,Paris 2026, p.83 [traduzione mia].