Pulsione orale e presa di parola

Pasquale Indulgenza


Come avviene per il bambino la presa di parola, evento che segna il suo ingresso nel laboratorio della lingua materna? La tesi di Lacan è che la parola è strettamente articolata alla pulsione orale. C’è, tra l’una e l’altra, un preciso punto di aggancio di cui evidenzia, in momenti diversi del Seminario IV1, le condizioni preliminari, il contesto e la dinamica. Ripercorriamo i passaggi di questa elaborazione.

L’appello e l’ordine simbolico
La presa di parola da parte del bambino è subordinata al fatto che si attivi l’ordine simbolico. Lacan affronta la questione nella prospettiva della dialettica della frustrazione, prendendo innanzitutto in esame il rapporto del bambino con l’oggetto reale (l’oggetto nel senso comune). Osserva che l’oggetto, sebbene non percepito in quanto tale, può già influenzare le relazioni primitive del bambino e questo in ragione di un elemento di pura contingenza: “E’ unicamente in funzione di una periodicità in cui possono comparire buchi e carenze che si stabilirà una certa modalità di relazione del soggetto, cosa che non necessita affatto di ammettere che anche per lui vi sia una distinzione tra un io e un non-io”2.
Questa “modalità di relazione” con una realtà segnata da “buchi e carenze”, sembra essere posta implicitamente come condizione preliminare3 a ciò che il bambino può mettere in atto successivamente. Il riferimento è all’attività, che Lacan colloca verso i sei mesi di età, di lanciare un oggetto qualsiasi per poi recuperarlo (o farlo recuperare)Lacan osserva che in questa attività, “nell’opposizione più e meno, presenza e assenza, c’è già virtualmente l’origine, la nascita, la possibilità, la condizione fondamentale di un ordine simbolico”4: la relazione reale con un oggetto - con “la sua scansione e i segni e le tracce che ne restano”5- può infatti associarsi con una relazione simbolica.Il necessario complemento dell’avvio di un ordine simbolico è l’appello - chiamare l’oggetto materno assente e rifiutarlo quando è presente -, operazione che “connota la prima costituzione dell’agente della frustrazione che, all’origine, è la madre”6. Ma da questo momento in poi - e per sempre - la madre non è più simbolica, iscritta come tutti gli altri oggetti nella opposizione presenza-assenza. La madre può non rispondere e questo le conferisce uno statuto reale: diventa, osserva Lacan, una potenza.
Ne consegue che anche gli oggetti “che sinora erano puramente e semplicemente oggetti di soddisfacimento, diventano oggetto di dono da parte di tale potenza”7e segno del suo amore. Per Lacan questo passaggio, che rende la natura dell’oggetto irrilevante, è cruciale.

La funzione erotizzata dell’oralità
L’appello, osserva ancora Lacan, “è il primo piano, il primo tempo della parola”8, ma è l’oralità che offre al bambino la possibilità di farne esercizio. Con il termine oralità Lacan intende “l’attività, il modo d’approccio che mette il bambino in possesso dell’oggetto”9 - oggetto, ricordiamolo, in sé rilevante solo in quanto dono10.
Ma quel è il tratto distintivo dell’oralità? Nel rispondere, Lacan riprende l’interrogativo di Freud che, considerando l’oralità “una modalità istintuale della fame”, si chiedeva se la libido, in questo caso, fosse di conservazione o sessuale. La risposta di Lacan e che l’oralità “è effettivamente un’attività erotizzata. È libido in senso proprio e libido sessuale” 11.

Notiamo l’attenzione, quasi l’insistenza con cui Lacan ribadisce la propria tesi, che riformuliamo con le sue stesse parole: l’erotizzazione della zona orale dipende dalla dialettica sessuale tra madre e bambino e l’oggetto, anche se non è il seno materno, manterrà il suo valore in tale dialettica.
Per questo, conclude Lacan, “non è l’oggetto a svolgere il ruolo essenziale, ma il fatto che l’attività ha preso una funzione erotizzata sul piano del desiderio, il quale si articola nell’ordine simbolico” 12.

Pulsione orale e presa di parola
Sorprendentemente, dopo avere sottolineato l’irrilevanza della natura dell’oggetto nello svolgere la funzione di dono, Lacan introduce un caso particolare, quasi un’eccezione a questa concezione. Afferma infatti che “il dono tipo è proprio il dono della parola, perché in effetti il dono è qui, per così dire, uguale alla propria definizione” 13. Il bambino, il soggetto umano, ha un bisogno “essenziale” “di ricevere quelle grida modellate e articolate che si chiamano parole”.
È questo il punto di aggancio tra la pulsione orale e la parola - “oggetto già simbolizzato ma anche perfettamente materializzato”14-che, come il seno o la tettarella fa parte dell’oggetto d’amore. Le grida-parole, riformulate nei primi fonemi, nelle invenzioni del bambino, accolte e rilanciate dalla madre, animano il laboratorio della lingua materna. Non si apprende il linguaggio ma si gode della parola, dell’attività erotizzata che la rende oggetto dono per eccellenza- questo intendiamo per presa di parola -. La lingua materna - che Lacan riformulerà come lalingua - sarà dimenticata dal bambino ma lascerà le sue tracce nell’inconscio.


Clinica differenziale e sviluppo
I riferimenti che Lacan ci ha offerto permettono ancora qualche riflessione, a conclusione di questo breve lavoro.
La prima riflessione è che occorre distinguere tra presa di parola e uso del significante, come ci insegna un caso famoso, quello del piccolo Robert, che Lacan commenta nel Seminario I15. Il bambino, come è noto, pronuncia solo due parole (Al lupo e Madame), e questo, asserisce Lacan lo tiene nel simbolico. Tuttavia questa affermazione, in parte legata ad una concezione del simbolico non ancora pienamente sviluppata da Lacan, è da intendere soprattutto come effetto di una soggezione al super-io nella sua forma più primitiva16. Sebbene tengano il bambino nella relazione umana17 e consentano l’intervento terapeutico, non designano in alcun modo l’alternanza di presenza-assenza a cui abbiamo fatto riferimento e che sottende, nel modo che abbiamo descritto, a pulsione orale e parola. Potremmo dire che questa differenza anticipa quella che Lacan svilupperà successivamente, disponendo di altri strumenti, quando affermerà che si può essere nel linguaggio senza essere nel discorso. Come è noto, si tratta di un importante elemento di clinica differenziale tra psicosi e nevrosi infantile.
La seconda riflessione riguarda l’idea di sviluppo su cui Lacan torna più volte, non per negarlo, ma per affermare che non lo si può intendere come se il bambino, al pari di un ragno, filasse il suo filo per farne da solo una ragnatela. Nei passaggi che abbiamo isolato, Lacan delinea l’idea di uno sviluppo critico, cioè segnato da fasi critiche, aperte a soluzioni diverse, che possono essere rivenite in après-coup e, in qualche caso, nell’osservazione diretta. Questa idea di sviluppo può essere di grande aiuto nella clinica del bambino nella prima infanzia, fornendo la traccia di un’interrogazione che mira a comprendere se e come i passaggi critici - ad esempio l’appello - hanno avuto luogo. Nella clinica dell’infanzia abbandonata, dove la parola dei genitori manca, è una risorsa preziosa.


    

  1. J. Lacan, Il Seminario, Libro IV, La relazione oggettuale      [1956-57], Einaudi, Torino 2007.      
  2. Ivi,      p.61.      
  3. Preliminare e, aggiungiamo precoce. Nel non prodursi di questa contingenza      possiamo trovare uno degli elementi che caratterizzano l’autismo e      le psicosi infantili precocissime nonché un elemento differenziale in merito all’eziologia delle nevrosi paranoiche di cui Lacan parla nel corso del seminario.            
  4. Ivi, p.63.      
  5. Ivi, p.62.      
  6. Ibidem.      
  7. Ivi, p.63.      
  8. Ivi, p. 181.      
  9. Ivi, p.183.      
  10. Ibidem, “Dal momento che entra nella dialettica della frustrazione, pur non essendo in sé indifferente, l’oggetto reale non ha alcun bisogno di essere specifico. Anche se non è il seno della madre, non per questo perderà il suo valore nella dialettica sessuale, da cui dipende l’erotizzazione della zona orale”.     
  11. Ivi, p.183.      
  12. Ibidem.      
  13. Ivi, p.188.      
  14. Ivi, p.173.      
  15. J. Lacan, Il Seminario, Libro I, Gli scritti tecnici di Freud 1953-1954, Einaudi, Torino.     
  16. Su questo tema mi permetto di rimandare al mio lavoro Voies du surmoi e de l’idea dans la filiation adoptive apparso in Mental n.50, 2024.      
  17. Cf. J. Lacan, Il Seminario, Libro I, Gli scritti tecnici di Freud, cit., p.123: “In questo caso privilegiato vediamo incarnata tale funzione del linguaggio, la tocchiamo con mano nella sua forma più ridotta, ridotta a una parola di cui non siamo neppure capaci di definire il senso e la portata per il bambino, ma che tuttavia lo connette alla comunità umana”.