Possiamo parlare di “oggetto orale” anche nella clinica dell’autismo?

Massimiliano Rielli


Cosa ci insegna la clinica dell'autismo sull’oggetto orale?
Cosa ci dice il mangiare senza limite del bambino autistico, oppure la sua rigida selettività alimentare, o ancora, la ferma chiusura a ciò che l'Altro gli offre?
Come possiamo leggere questi fenomeni considerando il reale che c'è in gioco?
Parlare di oggetto orale implica che vi sia stato per un soggetto un momento di separazione, da cui ne consegue la produzione di un resto, resto di un’operazione di divisione.

Nel Seminario XI Lacan precisa che la pulsione, per ottenere il suo soddisfacimento, fa il giro attorno al suo oggetto, ovvero delimita i contorni di quest’ultimo. Pertanto, la pulsione raggiunge la sua meta senza raggiungere l’oggetto. Con lo schema presente nel Seminario XI1Lacan mostra come la pulsione abbia una fonte (il cerchio alla base) ed una spinta (la freccia); essa compie una traiettoria circolare attorno alla sua mira (l’oggetto), per far poi ritorno alla fonte. La pulsione, dunque, non preme per giungere all’oggetto, ma per ritornare alla sua fonte, compiendo il giro attorno all’oggetto.

 
Seguendo Freud, Lacan ci dice che “L’oggetto si presenta prima di tutto come ricerca dell’oggetto perduto. L’oggetto è sempre l’oggetto ritrovato, l’oggetto preso a sua volta in una ricerca” 2.
NelSeminario X Lacan dice che per il nevrotico, che entra in una dialettica con l’Altro, l’oggetto è supposto essere nel campo dell’Altro: “egli ha potuto trasportare nell’Altro la funzione di a. La realtà in questione ha un nome molto semplice: la domanda”3. 
Non c’è soggetto senza oggetto, dunque. Nascita di un soggetto che avviene proprio perché la pulsione si articola all’Altro, con l’entrata nella domanda; vi è, cioè, un nodo tra pulsione e Altro del linguaggio. La pulsione ha come fonte il suo bordo erogeno e vi fa ritorno dopo aver fatto il giro dell’oggetto a, ma come dice Lacan, non si tratta di un circuito chiuso autisticamente, poiché: “è per questa via che il soggetto viene a raggiungere ciò che a giusto dire è la dimensione del grande Altro”4.
Ci occorre allora lavorare un punto preciso della clinica: nell’autismo che ne è di questo giro della pulsione attorno all’oggetto? Possiamo parlare di “oggetto orale”, come localizzazione del godimento attorno ad un bordo, anche nell’autismo?

Particolarità dell’autismo

Un contributo imprescindibile per lavorare questa questione è quello di Rosine e Robert Lefort, che nel testo La distinction de l’autisme5hanno proposto dei punti precisi dell’autismo, giungendo sino a differenziare una struttura dell’autismo da quella della psicosi.  
Vi sarebbe un punto di distinzione fondamentale: per l’autistico l’Altro non esiste. Come è possibile però affermare questo considerando l’insegnamento di Lacan? Di quale Altro si tratta?
Nel caso di Marie-Françoise, bambina autistica di 30 mesi, Rosine Lefort si interroga circa lo statuto del transfert nell’autismo: “nel transfert io sono lì e non esisto in quanto Altro, che sia l’Altro dell’immagine, l’Altro del significante o l’Altro portatore dell’oggetto”6. Secondo questa lettura, non vi è cioè un Altro investito come portatore dell’oggetto causa del desiderio, un Altro come fonte della domanda e della pulsione. Nell’autismo, pertanto, possiamo ipotizzare che questo luogo dell’Altro verso il quale il soggetto si orienta per la domanda non sia presente, poiché per lui l’oggetto non è separato dal proprio corpo. L’Altro non è considerato portatore di questo oggetto.
La conseguenza è che non vi è un vero e proprio circuito pulsionale: la pulsione non fa il suo giro, l’oggetto non è mancante ma è sempre presente, come reale intollerabile, per cui la pulsione spinge per il suo soddisfacimento in modo incessante.

Per lavorare questo punto cruciale della clinica dell’autismo il caso di Marie-Francoise è paradigmatico. 
Marie-Françoise7, una bambina autistica di 2 anni e mezzo, istituzionalizzata, è bulimica dopo essere stata per un periodo anoressica. Se nell’anoressia infantile vi è – secondo Rosine Lefort – un rifiuto attivo del soggetto nel lasciarsi nutrire dall’Altro, mirando all’angoscia dell’altro e dunque al suo desiderio, al contrario la bulimia è una pura passività. Nella bulimia vi sarebbe un crollo del soggetto ed una sparizione dell’Altro, il riempimento “colma il piccolo soggetto nel reale” rendendolo completamente passivo. Non si tratta però di un rivoltamento passivo della pulsione, ma di una pura passività, “al di fuori della pulsione”8.
Davanti al piatto urla “mamma-bambino”9, olofrase in cui i significanti S1-S2 sono congelati, o ancora, si rivolge al cibo dicendo “mamma”, in una confusione tra l’Altro e l’oggetto indicativa della loro indistinzione e dunque inesistenza. 
Ma questo urlo “mamma-bambino” non è una domanda, anzi, i Lefort leggono questa olofrase proprio come il segno che la domanda qui non c’è. In altri termini: non è possibile che il nutrimento venga dall’Altro, poiché Altro e oggetto sono indistinti.
Dunque, un punto differenziale: mentre nella psicosi non vi è oggetto separabile dall’Altro, nell’autismo ancor più radicalmente non vi è un Altro che il soggetto designa come portatore dell’oggetto10.
Possiamo allora ipotizzare che per l’autistico l’Altro non esista; sembra un’affermazione estrema, ma è un punto logico se consideriamo, con Lacan, l’Altro non come soggetto ma come luogo, luogo del significante e dell’oggetto.
Nell’autismo è allora assente l’Altro del nevrotico, l’Altro verso il quale il soggetto si rivolge poiché desiderante, poiché l’oggetto è perduto. 
Come scrive Jean-Louis Gault, l’inscrizione del proprio godimento nell’Altro implicherebbe: “situare nel luogo dell’Altro l’oggetto del quale la pulsione farà il giro per ottenere la sua soddisfazione”11,tuttavia è proprio questo un momento logico che non sarebbe mai avvenuto nell’autismo.
Nella psicosi e nell’autismo l’oggetto, per struttura, non è perduto: non vi è una entrata nella domanda rivolta all’Altro per ottenere questo oggetto, né se lo fa domandare dall’Altro, né allo stesso tempo lo restituisce all’Altro per colmare la sua mancanza e farlo godere, come fa il perverso. Non vi è un Altro come luogo in cui questo oggetto cade ed è depositato.

Quale pratica che sia etica per la struttura?

Il bambino autistico soffre, allora, in quanto alle prese della presenza reale del corpo come Altro non barrato, non bucato. Per questo motivo i Lefort propongono per la struttura autistica un matema particolare: al posto di S(Ⱥ) propongono $(A)12.
Per la pratica ne consegue una possibile posizione operativa per il praticante orientato dalla psicoanalisi. 
Per il bambino autistico la parola non ha ucciso la Cosa e si trova confrontato ad una impossibile negativizzazione del godimento. È necessario quindi creare le condizioni per fondare una relazione con l’Altro come terrapieno ripulito dal godimento, per riprendere una espressione di Lacan13.La presenza dell’analista, dell’educatore o di chi intende farsi partner per quel bambino rischia di divenire presto una presenza minacciosa: “presenza Reale di un’assenza non meno Reale, senza che alcun oggetto [del suo corpo] possa acquisire la qualità di oggetto separabile”14.
Ma da queste ipotesi ne consegue anche la chance per un orientamento clinico particolare che consideri l’oggetto nel suo statuto reale e che abbia una bussola precisa: l’orientamento alla mancanza. 
Si può forse ipotizzare una posizione particolare nel transfert nella cura del bambino autistico, cura intesa come trattamento del reale. Non si tratta, ovviamente, di sostenere la credenza nel soggetto supposto sapere, ma si potrebbe dire che si può forse incarnare la posizione di un “soggetto supposto portare”, supposto portare oggetti. Portare qual-cosa con cui possiamo lavorare insieme, la qual-cosa che non sia un cibo che otturi e che sia sempre qualcosa di diverso.
È un lavoro di estrazione dell’oggetto mirante a costruire un circuito pulsionale attorno ad un oggetto, un neo-bordo15, lì dove la struttura non ha buchi, non ha bordi.
Si tratta di una posizione con cui, se il bambino autistico acconsente, diviene forse possibile iniziare a creare un rapporto tra soggetto e Altro per il tramite di uno o più oggetti. Significa non porsi in una posizione dell’Altro dell’amore o dell’odio, ma di porre un oggetto, un terzo elemento, in gioco tra il soggetto e il suo Altro. Va specificato però che non si tratta degli oggetti pulsionali, dell’oggetto a, ma di oggetti nel loro valore di reale, come strumenti per apparecchiare, localizzare, del godimento. Questo lavoro di trattamento del godimento non è una supplenza che può funzionare una volta per tutte; non è una soluzione elegante16, stabilizzante, ma è un trattamento continuo. Richiede un lavoro incessante, così come è incessante – loro malgrado – il lavoro dei bambini autistici in cerca di una regolazione. Si tratta di una necessità di struttura.
Non si tratta però di sostituire un oggetto con un altro, colmando nuovamente la mancanza. 
Come scrive Laurent occorre avere di mira un “niente”, si tratta di un orientamento alla castrazione, alla mancanza e non alla presenza dell’oggetto reale: “I Lefort hanno insistito nel rifiuto di orientarsi con la così detta ‘relazione oggettuale’ e, in accordo con il Seminario IV, si sono orientati piuttosto sulla ‘mancanza d’oggetto’. In questo seminario Lacan ha criticato l’approccio della psicoanalisi inglese che, mettendo l’accento su uno scambio reciproco tra il soggetto e il suo partner, tramite l’intermediazione di un oggetto, faceva dimenticare la correlazione, centrale nell’approccio freudiano, tra l’oggetto e la sua perdita. Esso introduce il soggetto non allo scambio, ma a un niente.”17.
Occorre sottrarre il troppo per aprire ad una beanza.

La pratica con soggetti autistici enfatizza allora lo statuto reale dell’oggetto ed anche la presenza reale dell’Altro che intende farsi partner per quel bambino. Si tratta di una clinica che mira all’instaurazione, inaugurazione, di un legame con l’Altro. Distinguiamo il soggetto dall’oggetto, proprio affinché il bambino autistico non divenga “oggetto” della terapia.

Sulla funzione del mettere in bocca oggetti

La questione dell’oggetto orale nell’autismo apre anche alla prospettiva di un approfondimento circa la formazione dell’Io nell’autismo. Consideriamo infatti l’identificazione come il processo per cui nella sua formazione l’Io prende come modello il simile, come scrive Freud: “l’io assume su di sé le caratteristiche dell’oggetto […] l’io copia”18.
L’identificazione ha come suo prototipo anche l’incorporazione, ovvero l’attività accompagnata da una fantasmatizzazione con cui il soggetto vuole far penetrare e trattenere all’interno del proprio corpo un oggetto per poterne assumere le qualità, una sorta di matrice “somatica” della identificazione come meccanismo psichico19.
Ciò ci interessa per il nostro tema, poiché nella clinica notiamo il rapporto che alcuni bambini autistici hanno con l’incorporare oggetti in bocca o negli orifizi del corpo.
Nell’autismo non vi è assunzione di una identificazione simbolica, ma è possibile che l’incorporazione e l’imitazione possano essere dei meccanismi in gioco nell’assunzione di una forma unitaria del corpo, ordinando il caos dei “pezzi staccati”. Ciò apre alla distinzione tra autismo e schizofrenia.
Dunque, il mettere in bocca degli oggetti da parte del bambino autistico lo possiamo leggere seguendo Freud, quando nel testo su “La negazione”, descrive lo sviluppo dell’apparato psichico come il succedersi di due operazioni di pensiero differenti: giudizio di attribuzione e giudizio di esistenza. Nell’originario tempo dell’Io-piacere il pensiero ha una funzione di giudizio tale da ammettere o rifiutare l’esistenza reale di una rappresentazione. Questo primordiale giudizio di attribuzione consiste nella polarità “includere nell’Io” oppure “espellere”, considerando come non appartenente all’originario Io-piacere ciò che è “cattivo”:“questo lo voglio mangiare o lo voglio sputare”20.
Questo movimento di espulsione sarebbe, secondo questo testo freudiano, alla base della costituzione della realtà, poiché in origine l’Io è indifferenziato da essa.

Tali spunti(ni!) sulla questione dell’oggetto orale e del suo valore per il bambino autistico sono da lavorare ulteriormente. La prossima giornata nazionale della rete Bip2 “Mangia come parli” sarà occasione per dirne qualcosa… a partire dalla pratica clinica e dalla sua politica.


1 J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali      della psicoanalisi [1964], Einaudi, Torino, 2013, p. 173.        
2J. Lacan, Il Seminario, Libro IV, La relazione oggettuale      [1956-57], Einaudi, Torino, 2007, p. 29.            
3J. Lacan, Il seminario, Libro X, L’angoscia [1962-63],      Einaudi, Torino, 2007,p.57. 
4J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali      della psicoanalisi [1964], Einaudi, Torino, 2013,  p. 188.            
5R. Lefort, R. Lefort, La distinction de l’autisme, Seuil, Paris,      2003,  
6R. Lefort, R. Lefort, La distinction de      l’autisme, Seuil, Paris, 2003, p. 14      [trad. nostra].   
7Cfr. R. Lefort, R. Lefort, La distinction de      l’autisme, èditions      du Seuil, Paris, 2003, pp. 11-40.  
8 Cfr. R. Lefort, R. Lefort, La distinction de l’autisme, Seuil,      Paris, 2003, p. 17.  
9Ivi, p. 24, trad. nostra.  
10Cfr. ivi cit., p. 17.        
11 J.-L. Gault, voce Oggetto in tasca, in AA.VV., Scilicet, gli      oggetti a nell’esperienza analitica, Quodlibet, Macerata,      2008, p. 255.            
12Cfr. R. Lefort, R. Lefort, La distinction de      l’autisme, op. cit., p. 181  
13  J. Lacan, Il Seminario, Libro XVI, Da un altro all’Altro      [1968-69], Einaudi, Torino, 2019, p. 221.            
14 Cfr. ivi, p. 39.  
15 Cfr., E. Laurent, La battaglia dell’autismo, Quodlibet,      Macerata, 2013, pp. 71-78 e 93-94.            
16 Cfr. Lacan J., Una questione preliminare ad ogni possibile      trattamento delle psicosi [1957 – 1958], in Scritti,      Einaudi, Torino 1974, p. 568.           
17 E. Laurent, La battaglia dell’autismo. Dalla clinica alla politica, Quodlibet, Macerata, 2013, p. 18  
18 S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io [1921], in Opere, Vol. 9, L’Io e l’Es e altri scritti, Boringhieri, Torino, 1979, p. 295.  
19 Vedi la voce “incorporazione” in J., Laplanche J.B., Pontalis      [1967] Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Roma-Bari,      2010, pp. 250-251.
20 S. Freud, La negazione [1925], in Opere, vol. 10, Inibizione,      sintomo e angoscia e altri scritti [1924-1929], Boringhieri,      Torino, 1978, p. 199.