
Immagine dal sito Institut de l'Enfant
L’Institut de l’Enfant è stato inaugurato oggi con questa serie di lavori sulle paure dei bambini. La scelta di questo tema è giustificata poiché il testo principale di Freud dedicato al bambino, se non alla psicoanalisi del bambino, almeno alla sua iscrizione nel discorso analitico, è l’analisi di una fobia che, come voi sapete, assume la forma di un’irrazionale paura dei cavalli. Questa Giornata inaugurale può pertanto considerarsi come una commemorazione di quel grande testo.
Quale tema si sceglierà per la seconda Giornata che avrà luogo da qui a due anni? Quale tema potrebbe accoppiarsi con Le paure dei bambini e potrebbe produrre con esso un effetto di senso?
La paura è patetica, è un affetto. Cerchiamo un termine che sia completamente l’opposto. Dev’essere un termine che appartenga al registro che noi diciamo del significante. Questo è tanto più giustificato poiché una fobia, sebbene si provi a livello dell’affetto, viene analizzata a livello del significante. Al punto che, nella cura del piccolo Hans, Lacan ha definito la fobia come un “cristallo significante”[1]. Un cristallo significante è una formazione dell’inconscio caratterizzata da un numero limitato di significanti di cui il bambino esplora tutte le possibili permutazioni. Una fobia non è una paura, non si riduce affatto a una paura. Così come viene rivelato in una cura analitica, una fobia è un’elucubrazione di sapere “sulla” paura, o “sotto” la paura, nella misura in cui essa è la sua armatura significante.
Da questa semplice riflessione procede la scelta del tema della prossima Giornata, Il bambino e il sapere. Questo tema suscita a sua volta riflessioni che vi consegno per aprire un campo e non per chiuderlo. Nei due anni che ci separano dalla prossima Giornata, coloro che si indirizzano a questo nuovo Institut de l'Enfant avranno il tempo di esplorare questo campo.
Detto questo, trovo che il bambino e il sapere siano due parole che vanno molto bene insieme, perché il bambino è, se possiamo dirlo, la vittima designata del sapere.
Che cos’è un bambino? Non è troppo tardi per porre la questione.
Un bambino è il nome che diamo al soggetto, nella misura in cui gli si dedica un insegnamento nella forma dell’istruzione. Il bambino è il soggetto “da educare”, ciò vuol dire il soggetto da condurre, da dirigere, così come conferma l’etimologia che ci rimanda al latino ducere, un verbo derivato dal sostantivo dux, il capo.
Il bambino è per eccellenza il soggetto consegnato al discorso del padrone attraverso il sapere, cioè, tramite il pedagogo. Anche qui l’etimologia ci ricorda che “pedagogo” era il nome dello schiavo incaricato di guidare i bambini.
Il sapere in questione può pavoneggiarsi come padrone, ma solo a titolo di sembiante. Il padrone vero, il padrone che è la verità di quel sembiante, non si vede ed è ciò che Lacan ha tradotto nella sua algebra quando scrive: S2 - S1. Il padrone è nascosto sotto l’apparenza di un sapere-padrone, che è il sapere dello schiavo per condurre i bambini, che a loro volta sono gli schiavi dello schiavo.
Ciò che Lacan ha chiamato il discorso dell’università si può considerare come la struttura generale di tutti gli apparati dove il sapere è in posizione di sembiante e le cui poste in gioco sono in realtà di potere. Oggi il bambino è una posta in gioco di potere e noi dobbiamo dire dove ci iscriviamo davanti a questo spettacolo.
Le attuali controversie sull’istruzione sono questioni politiche in tutto e per tutto. Si tratta niente di meno che della produzione dei soggetti. Si tratta sempre di ridurre, comprimere, dominare, manipolare, il godimento di colui che viene chiamato bambino per estrarre un soggetto degno di questo nome, cioè, un soggetto assoggettato.
Stiamo assistendo a questo fenomeno in crescita: una concorrenza di saperi, una rivalità di tradizioni, una lotta di trasmissioni che vengono offerte ostinatamente per determinare quale sapere avrà più peso rispetto all’altro nella produzione dei soggetti, sotto quale dominio cadrà il bambino per meritare ciò che, secondo certi saperi, chiamiamo cittadino. Ciò è particolarmente delicato quando si tratta dell’insegnamento della storia.
Di quale storia parliamo? Dobbiamo insegnare quella del paese di residenza, quella dell’Europa, quella del mondo, quella della tradizione etnica e/o religiosa a cui appartiene un bambino?
Semplifichiamo la questione disegnando un triangolo di sapere, i cui vertici sono lo Stato, la famiglia e i mezzi di comunicazione:
- lo Stato, perché siamo in Francia e in questo paese c’è una tradizione repubblicana che prescrive un certo ordine di sapere da trasmettere, le cui fondamenta sono state posate durante la Terza Repubblica.
- la famiglia, perché c’è anche la comunità etnica e/o religiosa, cristiana, ebrea o musulmana che vuole dei soggetti che possano perpetuare le credenze e le pratiche.
- i mezzi di comunicazione, nella misura in cui anche l’intrattenimento veicola un sapere che modella il soggetto. Ci interroghiamo di continuo sull’incidenza che lo spettacolo, in particolare gli spettacoli violenti, comporta sul soggetto da educare.
Michel Foucault aveva forgiato il termine “biopolitica” per designare la produzione di esseri viventi dal momento in cui è diventata la posta in gioco del potere. In questa stessa linea, possiamo parlare di “epistemo-politica” per designare la politica dei saperi che riguardano specialmente il bambino, e che cercano di conferirgli un’identità, per esempio l’identità che alcuni chiamano “nazionale”. La questione è sapere, in rapporto al bambino, da quali significanti padroni rimarrà segnato quando i poteri litigano tra di loro. In ogni caso, affinché il soggetto possa ricevere un marchio identitario, è necessario che il godimento del bambino venga decompletato, sia che subisca una perdita o che venga eseguita un’ablazione. È l’operazione principale del saperesembiante. Nessuno dubita quando questa operazione si incarna in una pratica come l’escissione. Ciò rivela che in realtà ogni sapere comporta un’escissione, ogni sapere compie un’ablazione sul bambino, richiede che egli acconsenta a una perdita.
L’immagine tradizionale dell’insegnamento è quella della nutrizione, dell’alimentazione. Il nome latino dato all’Università lo esprime molto bene, lo troviamo in Rabelais e prima ancora, per altri usi, presso i romani, Alma Mater, la madre nutrice. Noi possiamo già correggere questa immagine pensando, come ci ricorda il tema di oggi, che questo nutrimento può benissimo trasformarsi in voracità e, se sembra che possiamo mettere un piccolo bastone nelle fauci della madre coccodrillo, non riusciamo a metterlo nella bocca dell’apparato scolastico e universitario, o forse è necessario che sia il bambino a farsi egli stesso questo piccolo bastone.
La psicoanalisi ci spingerebbe piuttosto a sostituire questo modello orale della trasmissione del sapere con un riferimento anale. La trasmissione del sapere esige sempre che il soggetto si svuoti interiormente, che lasci ciò che gli è proprio e che si purifichi dai rifiuti che contiene. Non sono casuali le testimonianze del patimento dei primi studenti dell’Università di Parigi al momento della sua costituzione nel XIII secolo. Abbiamo a disposizione le lettere che scrivevano alle proprie famiglie: essi raccontavano che morivano di noia.
La voce e lo sguardo non sono meno implicati nella relazione del bambino con il sapere. È necessario che una voce sostenga il sapere. Gli psicologi che hanno valutato i risultati scolastici rivelano che tutto ciò funziona meglio quando la voce del professore è lì per supportare il significante. D’altra parte, l’istruzione mira a incorporare nel soggetto lo sguardo dell’Altro, in modo che lui stesso si diriga, si vigili e si controlli come se ci fosse l’Altro. È necessario che il bambino incorpori qualcosa dell’Altro e, per eccellenza, ciò che deve incorporare è lo sguardo dell’Altro.
Dipingo un ritratto abbastanza patologico della scuola, ma questo ci permette di vedere molto bene che ciò che chiamiamo psicoterapia è dello stesso registro della pedagogia. La psicoterapia è la pedagogia dal momento in cui si mette l’accento sull’aspetto curativo dell’educazione, mentre io sottolineo l’aspetto patologico o patogeno.
Spetta all’Institut de l’Enfant individuare la funzione che il desiderio dell’Altro svolge nell’educazione. Ciò vuol dire anche mettere in discussione il godimento dei pedagoghi che, con il loro infame godimento, operano sul godimento del bambino attraverso i sembianti del sapere. La virtù dei pedagoghi è spesso una copertura del loro godimento che, anche senza saperlo, può essere descritto come sadico, con gli effetti di angoscia che ne conseguono su coloro che vengono educati.
È compito dell’Institut de l’Enfant restituire il luogo del sapere del bambino, di ciò che i bambini sanno. Essi sanno, ne sanno sempre più di quanto suppongono gli adulti, già intontiti dalla loro educazione conclusa:
- ne sanno di più sul linguaggio, per anticipazione, così come i linguisti hanno osservato;
- ovviamente, sanno i segreti di famiglia;
- sanno sul desiderio dei genitori, anche se solo in virtù di esserne il sintomo;
- sanno del desiderio dei pedagoghi;
- non si sbagliano sul carattere di sembiante dei saperi che vengono loro imposti, sull’alone di ignoranza in cui sono avvolti questi saperi e su cui trovano il loro fondamento.
Il sapere del bambino, cioè il sapere che egli ha, non è di questi saperi dell’ordine del sembiante, di questi saperi artificiali elevati a discorsi sulla stessa matrice del discorso dell’università. Il sapere del bambino è un sapere autentico, sia saputo che non saputo, ed è a questo titolo che si iscrive nel discorso analitico.
Vorrei dire la parola “rispetto”: nel discorso analitico il sapere del bambino è rispettato.
Il bambino entra nel discorso analitico come un essere di sapere e non soltanto come essere di godimento. Il suo sapere è rispettato come quello di un soggetto in pieno esercizio, perché è soggetto in pieno esercizio e non “soggetto a venire” così com’è agli occhi della pedagogia, ed è un sapere rispettato nella sua connessione con il godimento che lo avvolge, che lo anima e che, si può anche dire, si confonde in lui.
La cura non è un’educazione. Prima di tutto, perché nella psicoanalisi accogliamo soggetti traumatizzati dal sapere dell’Altro, dal desiderio e dal godimento dell’Altro. E per alcuni bambini, sapere, desiderio e godimento dell’Altro prendono un valore di reale. In quel caso, si tratta di condurli, non al dux né a credere al capo, ma al contrario condurli a questo: l’Altro non esiste.
In psicoanalisi è il bambino che è supposto sapere e si tratta, piuttosto, di educare l’Altro, è all’Altro che conviene imparare come comportarsi. Quando questo Altro è incoerente e spezzettato, quando lascia il soggetto senza bussola e senza identificazione, dobbiamo elucubrare insieme al bambino un sapere a portata di mano, su misura, che possa servirgli. Quando l’Altro soffoca il soggetto, proviamo insieme al bambino a farlo indietreggiare affinché possa dare respiro a questo bambino.
In ogni caso, l’analista è dalla parte del soggetto ed è per lui un compito portare il soggetto, il bambino, a giocare la sua partita con le carte che gli sono state distribuite. Per l’analista è una prova perché deve controllare l’esattezza, la veridicità della sua posizione di analista, perché può operare con il bambino solo a condizione di non essere servo di nessun conformismo e soprattutto di non essere servo del conformismo psicoanalitico, del conformismo del sapere analitico.
Da qualche anno, in un certo mondo psicoanalitico, assistiamo alla trasformazione della metafora paterna in uno standard e ciò che essa comporta nella supremazia della funzione del padre sul desiderio della madre diventa l’espressione del maschilismo primario nel tempo stesso in cui la castrazione appare come la norma.
Non è questo il sapere dello psicoanalista ma quello che si deve elucubrare a livello del sintomo, il più vicino possibile alla sua conformazione originale. Ciò che Lacan ha chiamato sinthomo è un circuito di ripetizioni, un ciclo di sapere-godimento che si scatena a partire da un evento di corpo, cioè della percussione di un corpo attraverso un significante.
In colui che chiamiamo bambino abbiamo l’opportunità di intervenire prima che gli effetti di après-coup di queste percussioni abbiano preso la forma di un ciclo definitivamente stabilito, e, anche se lo è già, resta un margine che permette ancora di orientare il ciclo del sinthomo, affinché il soggetto vi possa trovare una misura, un ordine e una sicurezza.
Ciò che dobbiamo aspettarci dalla prossima Giornata dell’Institut de l’Enfant, su “Il bambino e il sapere” non è elaborare, isolare come una specialità la psicoanalisi con i bambini, ma invece contribuire al discorso analitico in quanto tale.
Traduzione di Adriana Isabel Capelli e Francesca Addarii
Pubblicato nella rivista "Appunti" n.156/157, 2024, disponibile online.
Articolo originale sul sito de l'Institut de l'Enfant.
[1] J. Lacan, L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud [1957], in Scritti, vol. II, Torino, Einaudi 1974, p. 515.