
Isabelle Orrado
La bocca è un orifizio particolare: si articola alla pulsione orale e alla pulsione invocante. Ma notiamo soprattutto che essa è il luogo di passaggio di una parola pronunciata che si fa domanda. La bocca ha fame tanto quanto parla, così «si dà ad essa la possibilità di indicare il cibo che desidera [1]». Nel suo Seminario, libro VIII, Jacques Lacan pone l’accento su questo percorso in cui il grido della fame «arriva ad articolarsi[2] ». Allora, diventato domanda, prende una struttura significante e in modo tale da «invocare dall’altro la sua risposta invertita [3]»: la domanda di essere nutrito si trasforma in domanda di lasciarsi nutrire. Con questa sottile sfumatura, Lacan lascia trasparire il dispiegamento di una grammatica pulsionale che mette in gioco il soggetto nel suo rapporto con l’Altro, luogo della parola e del linguaggio.
La figura del lupo ci servirà da filo conduttore attraverso due ricorrenze: la favola di Jean de La Fontaine, Il lupo e il cane, e il racconto di Alphonse Daudet, La capra del signor Seguin.
Il lupo divorante
Iniziamo con la figura del lupo così come appare ne La Capra del signor Seguin.
Bianchina lascia la fattoria del signor Seguin per fuggire in montagna e godersi appieno la sua giornata. Quando cala la notte, il grido del lupo - figura divorante della storia - si fa sentire in cima alla montagna. Dall’altro lato, in basso, risuona il corno del signor Seguin. Da un lato l’urlo, dall'altro la parola articolata. Da un lato l’illimitato di un godimento divorante, dall’altro un godimento fallico articolato alla castrazione, cioè alla parola.
-Hou! hou! faceva il lupo.
-Torna! Torna! gridava la tromba [4].»
In questo preciso momento della fiaba, la pulsione orale comanda il menù[5], cosa che Philippe Lacadée ha ripreso partendo da una formula lacaniana incisiva: «la fame dell’Altro [6]». Ecco cosa dice esattamente Lacan: «È solo all'interno della domanda che l’Altro si costituisce come riflesso della fame del soggetto. L’ Altro dunque non è unicamente fame, ma fame articolata, fame che domanda. E così il soggetto è aperto al divenire oggetto, ma - se posso dire così - di una fame scelta da lui. [... ] Il soggetto viene a collocarsi nel menu à la carte del cannibalismo, mai assente – come tutti sanno - nei fantasmi di comunione[7]».
Bianchina, in cerca della libertà assoluta, si dirige verso l’urlo e la lotta che porta avanti tutta la notte è in realtà una lotta contro il proprio godimento, un godimento divorante che l’abita. La chiamata del signor Seguin non è meno divorante nel suo stile. In effetti, ciò che ci insegna questa scena è che la voce - che diventerà il super-io - è minaccia di divorazione. Può essere dotata di una sonorizzazione - sarebbe allora il canto delle sirene – o piuttosto essere marcata dal simbolico. Si tratta qui di una divorazione addomesticata dal significante che la iscrive nel campo di un Che Vuoi?[8]. Non rientra in queste logiche la clinica dei cosiddetti «disturbi alimentari»?
Il lupo affamato
Proseguiamo con la fiaba «Il lupo e il cane» che mette in gioco la figura di un lupo affamato: un lupo, debole e mal nutrito, interroga un cane, che trova ben pasciuto, sul suo modo di nutrirsi. Quest’ultimo gli risponde che in cambio di qualche segno di gratitudine verso il suo padrone, ottiene la garanzia dei suoi pasti. Se la cosa sembra formidabile, il lupo non manca di notare il segno del guinzaglio intorno al collo del cane, il «collo del cane spelacchiato [9]», prezzo da pagare per questo comfort. È dunque in una servitù all’Altro che il cane ottiene da mangiare, che si lascia nutrire.
Questa favola di La Fontaine mette in primo piano - oltre la fame – l’amore come nozione centrale che illumina il passaggio dall’essere nutriti al lasciarsi nutrire. Jacques-Alain Miller precisa che la domanda d’amore si sovrappone alla domanda che, a sua volta, si sovrappone al bisogno. La domanda d’amore è un «appello della parola [10]». Notiamo d’altronde che il lupo mantiene il suo ululato, un urlo che non dice nulla, se non per segnare la sua presenza. E proseguiamo: se l’urlo si annoda alla domanda dell’Altro, non diventa allora un abbaiare marcato dal taglio? Quindi cedere sul proprio urlo, in altre parole acconsentire alla perdita dell’oggetto voce per farla entrare in un’articolazione significante, permette di ottenere un oggetto vocale addomesticato, preso nei circuiti della domanda, dove nasce necessariamente una servitù, ma anche un desiderio. È questa servitù che Bianchina rifiuta fuggendo dal signor Seguin. La clinica dell’autismo potrà chiarirci questo punto.
Per Lacan, «il legame del desiderio umano con la fase orale[11]» va collocato a livello della domanda che possiede due bordi, uno incollato al bisogno (domanda di essere nutrito), l’altro all’amore (domanda di lasciarsi nutrire). Nel suo cuore, una lacerazione lascia emergere la dimensione del desiderio. Senza questo, se queste due domande si sovrapponessero, l’unico risultato sarebbe quello di «uccidere il desiderio»[12], «l’annientamento della domanda nella soddisfazione». Dalla fase orale, passando per la voce, il desiderio trova forma per chi accetta di stringere un patto con l’Altro e di far circolare la parola. Alcune situazioni di mutismo selettivo non sono forse delle varietà di questa dimensione?
Voracità sublimata
Il lupo affamato di La Fontaine e Bianchina hanno questo punto in comune: rifiutano l’asservimento a un Altro del linguaggio. Si rifiutano di passare a quella che con Lacan potremmo chiamare la «voracità sublimata»; egli impiega questa formula per evocare «la voluttà del mordicchiare» [13] che segue il capezzolo - punta del seno – nell’erotismo umano. La parola non riconduce forse a questa brama sublimata? Ciò che Lacan chiama il godimento del blabla fa appello a una parola che viene a riempire la bocca per far tacere la minaccia di divorazione. Pensiamo ai bambini che, giocando da soli, cantano costantemente per scacciare i mostri che popolano il loro mondo immaginario. O ancora quelli che non smettono di parlare dopo aver lasciato la tettarella. Lungi dall’essere una parola vuota, è una parola piena di godimento che prende valore di oggetto orale.
Traduzione Laura Pacati
Revisione Brigitte Laffay
[1.] Lacan J., Il Seminario, libro VIII, Il Transfert [1960-1961], ed. it. a cura di Antonio Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2008, p. 223.
[2.] Ibid., p. 231.
[3.] Ibid., p. 221.
[4.] Daudet A., La capra del signor Seguin, Genova, Egnatia, 2016 [trad. nostra].
[5.] Cf. Il Seminario, libro VIII, Il Transfert, op. cit., p. 231.
[6.] Lacadée P., «Le sujet en faute de jouissance», Mental, no 50, novembre 2024, p. 166 [trad.nostra]
[7.] Lacan J., Il Seminario, libro VIII, Il Transfert, op. cit., p. 237.
[8.] Lacan J., Il Seminario, libro IV, La Relazione oggettuale [1956-1957], ed. it. a cura di Antonio Di Ciaccia, Torino, Einaudi, p. 167.
[9.] La Fontaine J., Il Lupo e il Cane, inFavoledi Jean de La Fontaine, Libro primo/V, Roma, Newton Compton editori, 1994 [trad. nostra]
[10.] Miller J.-A., «L’orientation lacanienne. Le partenaire symptôme», insegnamento pronunciato nel Quadro del dipartimento di psicoanalisi dell’università Paris 8, corso del 14 gennaio 1998, inedito [trad. nostra].
[11.] Lacan J., Il Seminario, libro VIII, Il Transfert, op. cit., p. 236.
[12.] Ibid., p. 221.
[13.] Ibid., p. 231.