
Serge Cottet
Sotto questo titolo enigmatico, mi occuperò dell’asino della classe1 moderno e poi dell'agitato: il bambino agitato e sua madre.
A proposito dell’asino della classe
I sintomi di disadattamento scolastico nel bambino non allarmano gli analisti quanto gli educatori; la normalità scolastica non garantisce affatto la salute mentale. È anzi tradizione, in psicoanalisi, considerare la normalità scolastica come un sintomo mentre lo scarto rispetto alla norma attira la nostra indulgenza. I superdotati, i conformi, i troppo obbedienti scimmiottano fin troppo il maestro per ricevere tutta la nostra simpatia. Al contrario riconosciamo, nella devianza, una sorta di protesta della libido. Da Jean Vigo a Jacques Prévert, aggiungendo Françoise Dolto e la signora Annie Cordié, non si porta rancore all’asino della classe per la sua impertinenza o la sua birichineria. Non si dimentica il ribelle di Prévert:
« E malgrado le minacce del maestro
tra le urla dei ragazzi prodigio
con gessi di tutti i colori
sulla lavagna dell’infelicità
disegna il volto della felicità2»
Ne cito ancora una della stessa vena:
« Bandito! Ladro! Briccone! Furfante!
È la muta della gente benpensante
che dà la caccia a un adolescente3»
Oggi certamente la psicoanalisi non ha più l'ingenuità di confondere il sintomo scolastico con l'insurrezione della creatura, anche se resta controcorrente rispetto agli orientamenti adattivi, della performance e del rendimento scolastico. Non solo il clinico non si esclude dal gioco ma in più la psicoanalisi applicata al sintomo scolastico pretende rivaleggiare con il comportamentismo, con il cognitivismo trionfante e altre psicoterapie. Del resto è proprio il motivo per cui ci si rivolge ad essa sempre di più. Anch'io, a mia volta, metto in versi:
« Deficiente! Autistico! Drogato! Esagitato!
È la muta dei genitori
che dà la caccia ai curanti»
Dove sta allora la differenza tra le pratiche di ieri e quelle di oggi rispetto al sintomo scolastico? Ovvero alle difficoltà osservate nell'apprendimento: distrazione, disortografia, dislessia, incomprensione nella lettura dei testi letterari anche alla fine di un ciclo di studi… È tradizione considerare questi deficit come sintomi, cioè segni di una crisi soggettiva, spostamenti di conflitti, effetti di rimozione. L'orientamento freudiano ha messo in primo piano il valore del concetto di inibizione per designare l'insieme dei fenomeni che ostacolano il pensiero in quanto turbato dagli affetti. Ma se la nevrosi si cristallizza sul rapporto con il sapere, il valore agalmatico di quest'ultimo non è messo in questione. Al contrario, secondo Freud, il soggetto si blocca a causa di un'eccessiva erotizzazione o dell'idealizzazione della performance. Egli mette in gioco la propria castrazione in questa fallicizzazione del sapere.
La passione del fallimento entra in gioco come autopunizione, censura del super-io, eccetera. La psicoanalisi è dunque come un pesce nell'acqua quando si tratta di chiarire la struttura conflittuale del sintomo. Oggi dobbiamo, credo, mettere l'accento su un altro versante del sintomo. È sempre decifrabile in termini di conflitto? È la posta in gioco di un conflitto con l'Altro? Insomma, parliamo dell’asino della classe moderno o postmoderno.
Prima di decidere la diagnosi, e anche per aiutare a stabilirla, verifichiamo quale rapporto intrattiene il soggetto con il valore del sapere. Si vede allora che la disposizione del soggetto ad apprendere, a decidere di apprendere o, come dice Lacan, ad «apprendere ad apprendere», implica il sapere come oggetto. Il sapere è causa di desiderio? Così come vengono sottolineate oggi le conseguenze del discorso della scienza sulla produzione di oggetti, si constata altrettanto bene la confusione tra il sapere scolastico e qualsiasi altra merce etichettata nella categoria dell'utile. Il «dispotismo dell'utile», come sottolineava un tempo Jacques-Alain Miller, omogeneizza tutti i saperi. Il sapere è nel reale prima di essere soggettivato. Da qui la protesta, descritta da Marguerite Duras, del debile che confessa di non avere l'idea di «imparare cose che non sa». Si definisce il postmodernismo come il principio stesso di questo livellamento: se tutti i saperi si equivalgono, resta il saper-fare per distinguerli.
Aggiungiamo che il sapere come oggetto a, agalmatico, è nell'Altro. Bisogna dunque supporre il sapere all'Altro. L’asino della classe moderno disgiunge l'Altro genitoriale dall'Altro quale tesoriere del sapere. In questa prospettiva, l'indifferenza ai valori scolastici è qualcosa di più della rimozione. Avanziamo il termine di rifiuto (Versagung), refusement come osa renderlo una traduzione; in ogni caso, il soggetto rifiuta e si rifiuta.
Questo genere di anoressia mentale, o piuttosto di anoressia che riguarda il mentale, ci evoca dei ricordi. Ma qui si tratta di anoressia mentale invertita. Lacan, già nel caso dell'uomo delle cervella fresche, non incentrava il sintomo sul conflitto con il padre. C’era un fantasma che prevaleva: solo le idee degli altri sono buone da mangiare. Quanto ad avere lui stesso delle idee, non gli veniva neppure in mente. Del resto, le idee non sono buone da sapere ma buone da mangiare, il che rimandava a ciò che Lacan chiama «una relazione orale primordialmente “recisa”». Vale a dire che una simbolizzazione non ha operato sulla pulsione come sublimazione. Nel nostro caso, al contrario, la messa in causa dell'Altro toglie ogni appetito. Da qui due funzioni congiunte in questo rifiuto: in primo luogo epistemica — il sapere inutile — e in secondo luogo l'anoressia — nessun gusto per le idee. Lo sforzo che la cogitazione comporta mette in funzione la castrazione, così come scuote la certezza di essere.
Occorrerebbe declinare questo sintomo a partire dalle elaborazioni di Lacan in L'atto psicoanalitico4, nella sua sovversione del cogito: «Non si è mai così certi del proprio essere quanto nella misura in cui non si pensa» (là dove sono, non penso). Il sapere non è un'acquisizione se divide. Si può difendere il proprio godimento contro la divisione operata dal sapere. Si può essere asini della classe ed esserne fieri.
Non si potrebbe ricondurre quanto detto sopra a un disamore per l'istituzione scolastica. Vi sono incluse molte funzioni e oggetti preziosi: le ragazze, i ragazzi, l’hashish, la parata, il foulard, il racket. I più delinquenti non sono i più indifferenti alla cosa scolastica. Verificano talvolta la disgiunzione tra scolarità e pedagogia cara a Jean-Claude Milner. Mi è stato riportato il caso di un giovane spacciatore minorenne manipolato da capibanda di periferia. È già milionario. Frequenta i locali notturni degli Champs-Élysées con le tasche piene insieme ai suoi amici: giro di offerte per tutti! nei bar. Un giorno le cose vanno male con uno dei suoi compari che ferisce alla gamba con un colpo di revolver. Si ritrova incarcerato. Alla giovane psicologa che gli chiede cosa pensi di questo disastro, risponde che è ingiusto metterlo in prigione alla sua età: «Se avessi saputo avrei mirato più in alto: la giudice mi ha rovinato la scolarità».
Meglio a scuola che in prigione, certo. Almeno per gli asini della classe, difendiamo la scuola della Repubblica.
Tutti quelli che si muovono (il bambino agitato e sua madre)
Si constata l'esistenza di comportamenti detti iperattivi: il bambino non sta fermo, si agita senza un motivo imputabile a un bisogno. Chi corre in tutte le direzioni, chi si eccita tutto il giorno davanti ai video, un altro fugge di casa per fare una gara sull'autostrada con le altre auto. Questa clinica mette soprattutto in valore il corpo come puro oggetto pulsionale; sottolinea il carattere acefalo della pulsione e l'assenza, nel movimento perpetuo, di intenzionalità e di identità soggettiva. Senza dubbio si farà l'ipotesi delle supposte intenzioni dell'Altro come motivo dell'agitazione. Si dirà che il bambino si difende dall'angoscia scatenata dall'Altro con una fuga in avanti? Formula passe-partout e arretrata rispetto alle osservazioni ormai classiche dei coniugi Lefort a proposito del gioco, e di Robert, «la sua corsa senza fine da un capo all'altro della stanza», che gli valgono la diagnosi di «paraplegia spasmodica». Il bambino terrorizzato verifica piuttosto, con questa agitazione, l'impossibile separazione da un «Altro massicciamente presente». In quel momento la clinica psicoanalitica concernente l'angoscia nella psicosi del bambino si è aggiornata: il suo rapporto con la presenza, e non con l'assenza, dell'Altro.
Torniamo tuttavia un momento indietro e vediamo come si poneva il problema per gli educatori e gli psicoterapeuti negli anni settanta. In quell'epoca, un conflitto oppose i sostenitori di una psicoanalisi ortodossa a delle pratiche marginali che si inserivano nella scia del maggio 1968; è la corrente antipsichiatrica e antieducativa alla quale fa eco il simposio sulla psicosi del bambino del 1967. È l'epoca di una contestazione dell'Edipo psicoanalitico ben presto condotta da Deleuze e Guattari.
Si direbbe che vi sia stato un ritardo della pratica analitica con i bambini rispetto all'insegnamento di Lacan della stessa epoca, una clinica del reale, dell'oggetto a, del godimento. Questo ritardo apre al successo dell'Anti-Edipo (1972). In seguito, il tema delle derive schizofreniche con le loro linee di fuga verrà consacrato in Mille piani (1980), con la sua ideologia del vagabondaggio, delle intensità opposte alle strutture, della ripercussione sul sintomo moderno del più-di-godere capitalista, agente dei grandi sconvolgimenti pulsionali fino al corpo senza organi. Nulla che Lacan non avesse già detto nel suo Seminario degli anni settanta.
In questo contesto, la pratica di un Fernand Deligny assume un certo rilievo. Si caratterizza per la creazione di una sorta di rifugio nelle Cévennes, vero e proprio parco animale dove i bambini psicotici possono dare libero corso al loro delirio. Considerati come aventi congedato il linguaggio e indifferenti alla parola, si osservavano questi bambini nel loro tragitto, e come dice Deligny, nelle loro «tracce d'erranza». È proprio il caso di dirlo: i non-abbindolati dall'Altro e dal linguaggio, errano [“les non-dupes de l’Autre et du langage errent"].Tragitti e linee di fuga disegnano un programma che, per Deleuze, diventa la posta in gioco di una battaglia contro la psicoanalisi; è il programma contro il fantasma, il fuori-senso del reale contro l'interpretazione familista. Si procede delineando dei tracciati che verificano come, questi tragitti senza finalità, sembrino circoscrivere un vuoto evidenziando un reale che ritorna sempre allo stesso posto, come un ritornello. Si direbbe che il soggetto tracci un territorio che però non delimita nulla. È il divenire-animale del bambino che Deligny si sforza di descrivere in un linguaggio poetico. A proposito dell'agitazione egli invoca, non senza un riferimento imbarazzato alla Cosa freudiana: «Noialtri, nel vederli presi da questo dondolio, diciamo che si dondolano, mentre a dire il vero, il “si” che attribuiamo loro è del tutto di convenienza. Con questo li aspergiamo, fin da subito, non fosse che per esorcizzare ciò che li ossessiona, questo innominabile spaventoso che li spinge a gesticolare».
Naturalmente questa etologia clinica scatenava la collera di Maud Mannoni, che fiutava lì un'ideologia fascistizzante alla quale opponeva la parola che fa da mediazione tra il bambino e il desiderio della madre (o il suo fantasma — a quell'epoca non si andava troppo per il sottile sulla differenza). Questo dialogo tra sordi attira oggi la nostra attenzione, a causa della clinica del reale che postuliamo. Tener conto di questo reale non equivale a disperare del linguaggio né del desiderio di ristabilire il legame sociale. Se non fosse così, non resterebbe che il Ritalin da opporre al sintomo d'iperattività.
Questo congresso offre l'occasione di affermare che una clinica cinematica è in cantiere; intendo una clinica del corpo in movimento che non va confusa con una energetica: quella di un corpo senza organi consegnato a macchine di godimento. Questa clinica del movimento è certamente opposta alla statica del fantasma, se la cinetica della pulsione si differenzia dal cinema dell'inconscio. Che cos'è l'energia di un corpo in movimento se non esiste, secondo Lacan, un'energetica del godimento e se ciò che opera sulle intensità pulsionali è solo l’azione del significante o il suo venir meno?
I bisogni si soddisfano solo attraverso il movimento, ricorda Lacan. Aggiungiamo: senza ritmo, senza tragitto stereotipato. Lo stesso DSM IV distingue i DOC [disturbi ossessivo-compulsivi] dagli iperattivi. Il rocchetto di Freud viene spesso invocato quando si tratta di iscrivere l'agitazione del bambino nel Fort-Da imposto dal fantasma dell'Altro. Tuttavia, altri modelli cinetici sono a nostra disposizione se distinguiamo una clinica del movimento da una clinica dell'atto. Il salto impulsivo dell'acting-out attraverso il cerchio di carta del fantasma li comprende entrambi. L'eccitazione maniacale, per rigetto dell'oggetto a, fa del soggetto la preda del linguaggio in uno scivolamento interminabile della metonimia logorroica. È questo il versante mortale dell'eccitazione. I classici, sulla scia di Freud, tendono a generalizzare il problema dell'attacco isterico là dove credono di scorgere la pantomima del rapporto sessuale. Lacan fa uso di questo termine di pantomima, che merita di essere ripreso al di là delle formazioni dell'inconscio.La difficoltà sta nell'articolare questa cinetica al fantasma dell'Altro, in particolare nei casi accertati di agitazione psicotica, per non cedere ai prestigi immaginari del cinema d'azione. Pensiamo all'effetto che ha sul piccolo Hans il significante «chiasso» [charivari], certo più discreto delle videocassette porno intraviste nella camera dei genitori dal bambino indiscreto.
Infine, il vocabolario freudiano ispira oggi alcuni cognitivisti che riabilitano la barriera para-eccitazione come possibile traduzione del passaggio dal cognitivo all'analogico. Si apprende che «ciò che si vede sotto una forma motoria può essere soltanto il riflesso del modo in cui ciò avviene all'interno. Il bambino è agitato come lo sono le sue idee». Naturalmente, queste osservazioni depongono a favore dell'uso del Ritalin che, lungi dall'essere un inibitore, è un'anfetamina: si mette in moto la barriera para-eccitazione.
È il momento di attualizzare la coppia sintomatica del bambino agitato e di sua madre, per parafrasare un celebre titolo di Maud Mannoni. Occorre combinare l'agitazione pulsionale con la statica del fantasma materno, come abbiamo detto. Contrariamente a quanto affermano la neurobiologia e gli specialisti dell'ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder), è difficile imputare la sindrome a un deficit dell'attenzione. Quando i medici fanno lo sforzo di osservare e di dar conto di tali condotte, il loro stesso stile subisce un’accelerazione e finisce per mimare ciò di cui si tratta, in una sorta di messaggio autonimico. Il godimento si infiltra in tutti i sintagmi verbali. Si può leggere così: «I bambini iperattivi hanno anche bisogno di toccare tutto (…). Questo comportamento traduce al tempo stesso la loro grande agitazione, la loro mancanza di controllo motorio e la loro impulsività. Maneggiare, impastare, afferrare, scuotere, triturare, rompere, far scricchiolare, torcere, agitare, piegare, mordere, tirare, deformare, tagliare, rosicchiare, succhiare… i verbi sembrano non bastare a descrivere i comportamenti, ecc.». Questa descrizione affannata, del resto, non si ferma qui. Ogni vignetta clinica fa comparire la coppia formata dal bambino dinamite e dalla madre esasperata:
«Nicolas, cinque anni. L'ultima volta che è andato al mercato, Nicolas è riuscito, mentre sua madre comprava le verdure, a smontare una parte del banco (…)».
«Maxence, undici anni. Aspettare in fila è impensabile. Per andare al cinema a vedere film “dove si spara”, sua madre deve prendere i biglietti in anticipo e arrivare proprio nel momento in cui inizia lo spettacolo, per non vivere un inferno (…)».
«Nicolas e le quaranta matite. (…) quaranta o cinquanta al mese, è il numero astronomico di matite che dichiara di dover procurarsi la mamma di Nicolas, alunno di CE1».
La familiarità che la maggior parte dei nostri colleghi specialisti ha con questa coppia infernale, contrasta con l'indifferenza assoluta del neurobiologo rispetto al consenso materno a un simile scatenamento. In La petite girafe n°13, Maryse Roy riattualizza la categoria lacaniana del bambino feticcio per la madre nel suo articolo «Enfant fétiche et phallus hyperactif». Si supera qui finalmente la dialettica immaginaria del bambino preso nel desiderio fusionale della madre che tanto ha ispirato gli anni sessanta, per affermare crudamente che «l'attenzione di questi bambini si trova interamente fissata sulla libido della madre».
Siamo così in grado di rivaleggiare con la biologia più all'avanguardia. Se seguiamo la riflessione di J.-A. Miller sulla biologia lacaniana, distingueremo il corpo schizofrenico mortificato dal significante, dal corpo agitato, vivificato dal fallo — intendiamo con ciò un fallo non negativizzato, il rovescio di un –φ : sostanza godente in attività. Non si tratta del godimento fallico del bambino, ma di questa pantomima di un godimento del corpo stesso, e non fuori dal corpo, se non fuori dal corpo materno, e dunque indifferente a ogni fusione.
Questo ricentramento sulla sessualità della madre riconduce qui al paradigma del bambino oggetto transizionale del fantasma dell'Altro, e invita al confronto della sindrome da iperattività con ciò che M. Lecendreux chiama disturbi associati, in particolare disturbi del linguaggio, a cui aggiungiamo l'allucinazione e la persecuzione, ossia la psicosi accertata in molti casi. Il nostro collega François Sauvagnat fornisce i riferimenti sociologici che rendono conto dell'esplosione dell'ADHD negli Stati Uniti. Ai problemi di droga e delinquenza si aggiungono i disordini caratteristici delle famiglie disgregate e monoparentali. Ne estraiamo, se così si può dire, l'agalma clinico nel fenomeno del bambino «solo con sua madre».
Troveremo qui l'occasione di approfondire o completare la galleria di ritratti che Lacan tracciava delle carenze paterne nel suo articolo Di una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi, in particolare gli effetti devastanti del padre irrisorio come del padre sfuggente, il cui ruolo era minimizzato all'epoca a causa dell'imprecisione di questa categoria quanto alla causalità delle psicosi. Oggi, senza dubbio, la nostra attenzione è meno attratta dal peso che la madre dà alla parola del padre tanto è massiccio il peso che essa dà, in piena complicità, al godimento del proprio figlio, talvolta in un'eccitazione reciproca.
In conclusione ci discostiamo dalla norma — qualunque familismo si voglia imputare alla psicoanalisi — per l'attenzione che rivolgiamo all'infantilismo dei genitori, degli educatori e dei medici. Se questi ultimi accentuano sempre di più le differenze tra adulti e bambini, non è forse per gettare un velo sulla differenza dei sessi e mascherare l'evento di corpo come tirannia domestica?
Traduzione di Arianna Turco
Revisione Giuliana Zani
1 Testo apparso per la prima volta nella raccolta “Apprendre-Bouger-Penser: des écarts de la norme à la norme de l’écart”; XXVI Giornata CEREDA, nella serie Archives de psychanalyse edito da Agalma, 2003, pp.5-8. È disponibile nell’opera di Serge Cottet, L’inconscient de papa et le nôtre. Contribution à la clinique lacanienne, Ed. Michèle, Paris, 2012, pp. 75-87.
2J. Prèvert, L’asino della classe, in Parole, Guanda, Milano 2017, pp. 105-106.
3Ivi, Caccia all’adolescente, pp. 137-138
4 J. Lacan, Il Seminario, Libro XV, L’atto psicoanalitico [1967-1968], Einaudi, Torino 2025.